Homelander della serie televisiva The Boys è un personaggio affascinante che è stato al centro di migliaia di discussioni online.

In questo articolo volevo parlare un attimo della sua evoluzione all’interno della serie, partendo da una prospettiva letteraria. Come avevo già fatto con Deep in quest’altro articolo.

Come dissi in quell’occasione, non mi dispiacerebbe andar poi a raccogliere questi contributi in un libricino. Vedremo.

Homelander e il carisma del cattivo

Homelander ha due grandi problemi, irrimediabilmente intrecciati: essere piaciuto troppo al pubblico ed essere diventato una parodia di Trump.

Partiamo dal secondo punto. Soprattutto con la quarta stagione, il legame tra Homelander e Trump è diventato talmente esplicito e martellato da essere impossibile da ignorare. Mentre nelle stagioni precedenti potevano esserci dei parallelismi più o meno sottoli, con la quarta stagione non hanno voluto lasciare alcun dubbio.

Homelander

La cosa incredibile è che, sulla carta, Homelander sarebbe dovuto esser ancor più trumpiano di così. Fu Antony Starr, l’attore di Homelander, a suggerire di fare un passo indietro, confrontandosi con lo showrunner Eric Kripke, come si legge in diversi articoli (per esempio questo). Chissà come sarebbe stato, l’Homelander originariamente pensato da Kripke, se già quanto visto a schermo è un riferimento costante a Trump, nelle ultime due stagioni.

Questo legame così stretto genera una serie di problemi.

Il primo è che la serie rischia di invecchiare più rapidamente del latte. È quel che succede a qualsiasi prodotto di intrattenimento che fa un uso spasmodico di riferimenti alla contemporaneità, non solo come elementi di contorno ma proprio come motore narrativo o come base per la costruzione dei personaggi.

Qualche tempo fa ho letto un romanzo rosa scritto durante il lockdowun e pieno di riferimenti a quel periodo, comprese le canzoni di successo uscite in quegli anni, i programmi televisivi del momento… Sembrava vecchio quanto il mondo stesso. Molto più di opere scritte decenni (per non dire secoli) prima, che però si erano preoccupate di mettere al primo posto dei temi di carattere universale, che andassero oltre lo specifico evento del momento.

Questo è tutto sommato il problema minore, perché – in questo turbocapitalismo cronofagico – purtroppo a molti non interessa minimamente pensare a come sarà la visione di The Boys tra qualche anno, quando Trump sarà un ricordo del passato.

Il problema è che tutto il personaggio di Homelander è cambiato in peggio, perdendo quell’aura di temibile grandiosità che aveva nelle prime stagioni. Perché se Trump e Homelander sono la stessa cosa, bisogna evitare che qualcuno possa provare simpatia per Homelander.

Si sono viste, le lamentele dello showrunner sul fatto che il pubblico stesse amando un po’ troppo Homelander. Complice ovviamente anche la carismatica performance di Starr, che a giudizio di molti è stata ciò che ha sempre tenuto alta la serie anche nei suoi momenti più bassi.

Ma questo problema non nasce certo con The Boys. Il carisma dei “cattivi” suscita da sempre riflessioni, soprattutto quando c’è di mezzo la politica e la società.

L’esempio forse più interessante di tutti, almeno per me, è il libro Il giorno della civetta di Sciascia, un grande racconto sulla mafia, pubblicato nel 1961. In quest’opera seguiamo le indagini del capitano Bellodi, che partendo da un omicidio fa emergere un vasto tessuto di attività mafiose, arrivando infine a interrogare don Mariano Arena, anziano e potente mafioso del posto.

giorno della civetta

Don Mariano Arena è un personaggio estremamente carismatico e affascinante. Uno dei migliori “villains” della letteratura, se volessimo definirlo così.

Arena ha una sua particolarissima visione del mondo, secondo cui i veri uomini, degni di essere considerati tali, sono estremamente pochi. Vale la pena riportare uno dei pezzi più celebri del suo discorso a Bellodi:

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

(ho preso per comodità il pezzo riportato su Wikipedia, che taglia già il testo in modo da sottolineare i passi salienti).

Il punto chiave del discorso è che Arena riconosce in Bellodi un “uomo”, nonostante siano avversari, nonostante Bellodi sia colui che cerca di arrestarlo. E Bellodi, un po’ d’impulso, contraccambia, dicendo che anche don Mariano Arena è un “uomo”.

È un momento molto potente. Bellodi non intende scontare nulla ad Arena, che rimane un pericolosissimo capo della mafia, che ha fatto uccidere chissà quante persone e tenuto sotto scacco interi territori con il terrore e l’omertà. Eppure non può fare a meno di riconoscere che c’è qualcosa di “grande”, in quel suo avversario. E come detto questo riconoscimento è reciproco.

In seguito alla pubblicazione del Giorno della civetta non mancarono le accuse a Sciascia, in cui si diceva che la sua opera stesse in realtà esaltando la mafia. O comunque che potesse avere questo effetto su qualche lettore, magari giovane e un po’ disattento. E per quanto possa sembrare assurdo, visto che il libro è chiarissimo, resta il fatto che don Mariano Arena è un personaggio… affascinante.

Il punto sta proprio qui, nel muoversi su un sottilissimo confine in cui bisogna mostrare perché un personaggio come Arena è così potente e carismatico, senza però essere dalla sua parte. È la grande tentazione del male, a cui siamo sottoposti. Se Arena fosse stato uguale a uno dei tanti suoi scagnozzi di basso livello, Il giorno della civetta non avrebbe avuto neanche un millesimo della sua efficacia. Nessuno avrebbe capito perché un generico bifolco omertoso ha così tanto potere. Don Mariano Arena fa paura, a suo modo, proprio per quest’aura che lo circonda. Un’aura che ti affascina. È il rischio in cui si imbattono tutti quanti, davanti al potere. Il potere è carisma, nel male forse ancor più che nel bene.

Più il personaggio è vicino alla realtà, più emergono i problemi, davanti a un “villain” particolarmente carismatico. L’amore delle persone per Vegeta di Dragon Ball non scandalizza nessuno. Il principe dei sayan può avere anche la sua redenzione e veder lavate con un colpo di spugna tutte le sue colpe passate, perché tanto è un personaggio di finzione con ben pochi legami (perlomeno diretti) con la nostra realtà.

Quando si parla di mafiosi il discorso è radicalmente diverso e serve una grande cura, per far capire il carisma di un personaggio come don Mariano Arena senza renderci dei suoi “fan”. In tempi più recenti, si sono ripresentati simili dibattiti con Gomorra (soprattutto la serie, più che il libro), accusata di romanticizzare la criminalità proprio quando dovrebbe denunciarla.

Un cambiamento percepibile

Ma torniamo a Homelander di The Boys.

All’inizio della serie televisiva, Homelander non è direttamente collegato a nessun personaggio reale. È una delle tante declinazioni di “come sarebbe Superman se non fosse un eroe”. Non è nemmeno un “cattivo” in senso stretto, è un avversario per quelli che sono i protagonisti. Ha una morale del tutto discutibile, ma non più di tanti altri supereroi di Vought. È il più potente e il più influente di tutti loro, ma forse nemmeno il peggiore, umanamente parlando. Stormfront ha idee ben più estreme delle sue e pure Homelander sembra perplesso quando parla con lei, pur lasciandosi irretire un po’ per amore e un po’ per ego (Stormfront è bravissima, nel capire come far leva su questo).

All’inizio della serie, il principale bersaglio satirico di The Boys è il mondo dell’intrattenimento statunitense, con tutta l’ipocrisia e la falsità delle megacorporation, dei “divi” e di tutto ciò che ruota attorno a loro. A differenza del fumetto di Garth Ennis, che era molto più incentrato sull’attacco al genere supereroistico e alle sue fondamenta, la serie televisiva porta avanti questo discorso per fare una satira più ampia alle industrie creative. Non è un caso la predominanza di Vought, che rappresenta il vero potere, al tempo stesso ben visibile e occulto. Homelander non è che uno dei “prodotti” di Vought e in un contesto del genere il suo grande carisma non genera particolari problemi.

Poi arriva il cambiamento, che si porta con sé questa serie di passaggi logici più o meno esplicitati. Homelander diventa la parodia di Trump. Trump è giudicato in modo estremamente negativo da Kripke. Homelander non può più risultare affascinante, perché altrimenti sarebbe pericoloso.

Gran parte della genialità di Homelander si perde per strada. Diventa un bamboccione incapace di pensare alle conseguenze delle sue azioni. Certo, anche nelle ultime due stagioni ci sono dei momenti interessanti, legati al personaggio, come l’episodio in cui Homelander torna al laboratorio dove avevano fatto i test su di lui, quando era bambino. Ed è incredibile – o forse no – che siano momenti su cui Antony Starr ha insistito tanto, per non trasformare del tutto Homelander in una semplice macchietta.

Trump e Homelander
Due grandi lavoratori statunitensi

Mi rendo conto che qui si entra nel campo delle sensazioni, ma l’Homelander delle prime stagioni mi sembrava anche molto più inquietante. E sottolineo che io ho visto The Boys praticamente alla rovescia, partendo dal fondo, per cui non mi si può accusare di “nostalgia”. Qui si aggiungono anche alcuni problemi sulla gestione un po’ casuale dei suoi poteri, per cui non è mai ben chiaro cosa saprebbe fare oppure no, così come il “potenziamento” del V1 non sembra avere alcuna differenza. Ma questi sono problemi minori.

Il fatto è che, nelle ultime stagioni, è solo un individuo patetico. Per come era partito, ci vedevo invece qualcosa di simile a don Mariano Arena del Giorno della civetta. Non perché Homelander sia un mafioso. In tal senso, il paragone principale all’interno della serie sarebbe probabilmente Stan Edgar. Ma Homelander aveva quell’aura di maligna grandezza che mancava agli altri supereroi. Come manca a Deep, che è solo il miserabile uomo-pesce privo di ambizioni a parte tornare dentro ai Sette (o restarci). Homelander è su un altro livello. E la sua visione del mondo non deve nemmeno essere troppo distante dalla distinzione in uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà fatta da don Mariano Arena.

E forse anche Homelander avrebbe riconosciuto a Butcher il suo essere un “uomo”. O almeno un “mezz’uomo” in un mare di quaquaraquà. Questo prima di diventare lui stesso, nelle ultime due stagioni, a malapena uno degli “ominicchi”, uno di quei «bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi».

Aggiungo un’ulteriore considerazione. Trump può ovviamente essere al centro di mille e più critiche, ma farne una parodia ha rivelato un enorme numero di limiti. Oltre a quanto già discusso (far invecchiare la serie come il latte, ecc.) c’è anche il fatto che sembra più Trump a divertirsi nel fare la parodia di Homelander, che il contrario.

Trump All Might
Esiste sicuramente anche un universo alternativo al nostro in cui Trump è All Might

Senza contare che si finisce nel classico problema di tantissime opere esplicitamente politiche: parlare solo ai già convertiti. Rimarcare ad nauseam l’equazione Trump/Homelander risuona solamente su coloro che già vedono nel Presidente degli Stati Uniti il grande male del mondo. Costoro si danno una pacca sulla spalla, commentano la cattiveria di Homelander (e di Trump) e applaudono all’arguta – per loro – operazione politica di The Boys.

Tutti gli altri, cioè coloro che dovrebbero essere maggiormente raggiunti dal messaggio, vanno online a scrivere che le ultime stagioni di The Boys sono una palla, che Homelander è moscio e che a tenere in piedi tutta la baracca c’è solo la magistrale interpretazione di Starr.

Per cui dopo la visione di The Boys tutti quanti hanno la stessa opinione di prima e non viene prodotto un reale dibattito, dove con dibattito si intende davvero uno scambio di opinioni. C’è solo la solita polarizzazione online senza punti di incontro possibili.

Una delle tante ragioni per cui le prime stagioni erano più apprezzabili era il loro essere ambigue o perlomeno un po’ più sfumate. Per cui era davvero possibile vederci molto di più, a seconda del proprio punto di vista. Anche su un personaggio come Homelander.

Poi si è deciso che Homelander sarebbe diventato Trump. E a quel punto la simpatia per Homelander è diventata un fastidio e una preoccupazione. Da lì, Homelander è diventato sempre più una macchietta.

Sarebbe probabilmente servito uno col talento di Sciascia, per tenere insieme il tutto, per fare un nuovo “don Mariano”. Ma sono talenti rari.